La Sicurezza in Mare

Immersioni in apnea e Animali marini

 

Le Immersioni in Apnea


Apnea In primo luogo cos'è l'apnea.
L'apnea è la sospensione degli atti respiratori. Nel caso del subacqueo l'apnea è volontaria cioè determinata dalla volontà del soggetto. Durante la sospensione del respiro, il sangue continua a circolare attraverso i polmoni eliminando CO2 e togliendo ossigeno all'aria alveolare. Ad un certo punto però il CO2 è salito notevolmente di concentrazione nell'aria alveolare per cui non ne è più possibile l'eliminazione e questo gas comincia ad accumularsi nel sangue. Contemporaneamente l'ossigeno continua a diminuire.
L'organismo non tollera a lungo queste variazioni sia di O2 che di CO2 e reagisce con segni d'intolleranza quali il desiderio impellente di respirare e frequenti contrazioni del diaframma. Ignorando volutamente questi segni, in breve tempo si manifesta la sincope.
La sincope è la perdita della coscienza con arresto repentino della respirazione ed a volte anche del battito cardiaco.
Ogni subacqueo, prima di un'immersione in apnea effettua l'iperventilazione preventiva: essa consiste in una respirazione profonda e controllata che dura per un certo tempo. L'iperventilazione preventiva determina non tanto un aumento della quantità di ossigeno quanto una notevole diminuzione di C02. Aumentando O2 nell'aria alveolare dal 13 al 18% e diminuendo dal 5,5% all'1,2% la concentrazione di CO2, si allunga notevolmente il limite di insorgenza degli stimoli fisiologici all'interruzione dell'apnea. Questi stimoli sono determinati in gran parte dall'azione del CO2 sui centri nervosi sensibili del seno carotideo che stimola il centro respiratorio ad interrompere l'apnea.
Nella discesa in profondità, la pressione dell'acqua agisce su tutta la superficie corporea e determina la riduzione di volume di tutte le cavità deformabili contenenti gas, prima fra tutti la cavità toracica. Questa cavità può ridursi notevolmente con l'innalzamento del diaframma e l'abbassamento costale.
I record di profondità in apnea hanno smentito molte delle teorie formulate circa i limiti di profondità raggiungibili, per cui oggi è azzardato formulare ipotesi su questo argomento.
Apnea  L'effetto dell'aumentata pressione si fa sentire anche sugli scambi gassosi tra polmoni, sangue e viceversa.
Si deve dire in primo luogo che alla pressione atmosferica il 9S% dell'emoglobina è saturato: ci%ograve; significa che, nell'immersione in apnea, l'aumento di pressione non determina che un modestissimo aumento della quantità di ossigeno trasportabile dal sangue nell'unità di tempo.
In secondo luogo è da tener presente che il fattore determinante, il passaggio dell'O2 alveolare al sangue è la differenza tra pressione parziale dell'O2 alveolare e la pressione parziale O2 del sangue.
Qual è allora l'effetto dell'aumentata pressione ambiente sugli scambi respiratori se il sangue non può portare con sè più di una certa quantità di O2 che è quasi massima già in superficie?
L'aumento di pressione ambiente si traduce in un aumento della pressione parziale di 02. La pressione parziale di 02 è quella che ne determina il passaggio dall'aria alveolare al sangue. Se il sangue non può aumentare la quantità trasportata, l'aumento di pressione parziale di O2 non potrà che consentire il mantenimento della saturazione di ossigeno del sangue per un periodo più lungo. In definitiva, tutto ciò si converte in un prolungamento del tempo in apnea. In parole povere, in profondità l'apnea dura più a lungo.
Apnea Questo vantaggio però nasconde un pericolo mortale.
Se il nostro subacqueo, infatti, attende in profondità il manifestarsi impellente del desiderio di respirare, la pressione parziale di 02 nei suoi polmoni sarà vicina al minimo indispensabile a mantenere la vita (il limite minimo non è stato ancora raggiunto perchè il centro respiratorio è molto più sensibile all'aumento del C02 che alla diminuzione dell'O2, la diminuzione di pressione dovuta alla risalita farà scendere ulteriormente il suo valore, scatenando la crisi sincopale per macanza di ossigeno a livello cerebrale. Di solito la sincope colpisce negli ultimi metri o in superficie al primo atto respiratorio. Infatti l'espirazione abbassa ulteriormente la tensione di O2 compromettendo un equilibrio già compromesso.
Facciamo un esempio numerico per spiegarci meglio:
Il nostro subacqueo ha affettuato un'adeguata iperventilazione preventiva facendo scendere il CO2 dal 5,5% all'l,2%.
L'O2 alveolare è salito dal 13 al 18% con circa PpO2 di 171 mbar.
Ora s'immerge e scende a -15 m di profondità; la Pp02 sale da 171 mbar a 171x 2,5 = 423 mbar (2,5 = 1 bar + 1,5 bar dovute ai 15 m d'acqua). Dopo un certo tempo il C02 ha raggiunto livelli tali da stimolare i riflessi per l'interruzione d'apnea. La PpO2 alveolare è ancora 133 mbar più che sufficiente ai fini vitali, ma siamo a -15 m. (La press. parziale dell'02 è scesa da 423 a 133 mbar perchè l'ossigeno viene consumato in continuazione per mantenere la vita).
Il sub risale. Appena emerso è colto da sincope; infatti la PpO2 è scesa a 53 mbar insufficiente all'ossigenazione cerebrale.
PpO2 133 mbar : 2,5 = 53 mbar
La violenta inspirazione d'altro canto stimola le determinazioni nervose disseminate sulla pleura e nell'apparato respiratorio provocando l'inibizione riflessa del centro respiratorio. L'inibizione riflessa sommata all'anossia (Anossia = mancanza di O2 nel sangue), determinano la sincope. Perciò non si devono mai attendere in profondità i segni dell'impellente necessità di interrompere la apnea e, giunti in superficie, non respirare mai con violenza.
Terapia: respirazione artificiale.

Animali marini pericolosi per la balneazione


Gli animali marini potenzialmente pericolosi per l'uomo sono moltissimi. Nei nostri mari il loro numero è piuttosto ridotto ed è bene che ogni bagnante li conosca. Escludiamo al momento gli squali che, sebbene possano essere estremamente pericolosi, interessano più i subacquei che i bagnanti che solitamente non si allontanano dalla riva. Gli animali pericolosi appartengono a gruppi estremamente diversi.
I pesci in grado di provocare ferite pericolose o tossiche sono i Myliobatoidei (Dasyatidi e Hobulidi), le tracine (o pesci ragno), l' Uranoscopus (pesce prete) e la Murena. Per i Myliobatoidei parleremo dei Trigoni che nei nostri mari appartengono a tre specie (Dasyatis pastinaca, D. centroura, D. violacea).
Dasyatis Pastinaca Sono pesci cartilaginei di fondo simili a razze che possono raggiungere notevoli dimensioni (fino a tre metri).La loro pericolosità è dovuta alla presenza di un aculeo posto alla base della coda. Quando l'animale viene infastidito, erigendo la coda, può conficcare l'aculeo nella vittima inoculando il veleno. L'aculeo seghettato generalmente colpisce la gamba provocando una ferita lacero-contusa e può spezzarsi nelle carni della vittima. I sintomi consistono in gonfiore e dolore localizzati che aumentano di intensità e possono durare 12-48 ore. Possono essere avvertiti estrema debolezza, senso d'angoscia e nausea, possono verificarsi vomito, diarrea e collasso per vasodilatazione. La regione attorno al punto colpito si scolora e può andare in necrosi. Pare che il principio tossico sia una cardiotossina, probabilmente di natura proteica poichè è termolabile, quindi oltre alla normale disinfezione ed eventuale sutura della ferita si suggerisce di immergere la zona colpita in acqua calda o di applicare impacchi caldi.
Tracina I fondali sabbiosi ospitano anche le tracine, più comuni dei trigoni e nelle nostre spiagge sono frequenti' le persone colpite dai cosidetti pesci ragno. Le specie delle nostre acque sono quattro (Trachinus vipera, T. araneus, T. radiatus, T. draco). Le tracine sono molto diffuse nell'Adriatico, le loro dimensioni possono raggiungere i 40-50 cm. di lunghezza, ma sono più comuni gli esemplari di 20-25 cm.. Trachinus vipera è la specie più piccola (fino a 10-14 cm.), ma sembra avere gli effetti più intensi I bagnanti vengono colpiti, generalmente camminando a piedi scalzi a pochi metri calla battigia, calpestando inavvertitamente le piccole tracine nascoste nella sabbia, ma sono noti casi di subacquei che dopo aver molestato una tracina sono stati aggrediti. Le spine velenifere si trovano sull'opercolo e nella spina dorsale anteriore. Il dolore provocato è immediatamente molto intenso e localizzato,ma tende ad irradiare dopo l0-15', raggiunge il massimo dopo 50', ma può durare da 16 a 24 ore. Tracina La tossina sembra provocare abbassamenti pressori e alterazioni del ritmo cardiaco. Anche in questo caso si suggerisce di immergere la parte colpita in acqua a 45 gradi centigradi o nella sabbia calda per 30-90' fino ad alleviare il dolore. È indispensabile pulire la ferita anche da eventuali frammenti di spine e disinfettarla. È pure consigliabile la profilassi antitetanica. Non c'è accordo sull'opportunità di effettuare un bendaggio occlusivo a monte della ferita per rallentare la diffusione del veleno, in ogni caso andrebbe posto il più vicino possibile alla lesione e dovrebbe bloccare esclusivamente la circolazione venosa e linfatica. La presenza di circolazione arteriosa va verificata distalmente alla ferita accertando le pulsazioni. Comunque è indispensabile ripristinare la normale circolazione sanguigna per un paio di minuti ogni dieci.
Scorfano Un altro pesce che vive affondato nella sabbia è 1'Uranoscopus scaber (pesce prete o pesce lanterna o bocca in cao), possiede delle spine velenose opercolari, gli effetti sono meno intensi di quelli prodotti dalla tracina, ma il trattamento è analogo. L'Uranoscopus è in grado di dare leggere scariche elettriche. Lo scorfano è tipico dei fondali rocciosi, il suo incontro con il bagnante non è frequente. Gli scorfani dei nostri mari appartengono al genere Scorpena (S. porcus, S. scrofa, S.notata), si mimetizzano molto efficacemente sul fondo. I più colpiti sono i pescatori che li maneggiano per slamarli o toglierli dalla rete. A differenza della tracina lo scorfano non attacca l'uomo ed il contatto con le sue pinne munite di spine velenifere è sempre accidentale. Il trattamento della puntura è quello già descritto. Murena Sulle scogliere vive anche la murena,è piuttosto pericolosa più per la sua aggressività che per la sua tossicità. Si è molto sentito parlare del suo presunto morso velenoso, in realtà non ha nè specifiche ghiandole per secernere il veleno, nè denti adatti per inocularlo. Come in tutti gli Anguilliformi (grongo, anguilla etc.) è invece il sangue ad essere tossico. La tossina che contiene è termolabile e con la cottura perde il suo effetto, non è noto se sia contenuto anche nella saliva. Tuttavia la pericolosità del morso della murena sta nei denti aguzzi e ricurvi e nel tipo di ferita che possono provocare. Le complicanze vengono evitate con la disinfezione accurata della ferita e con la profilassi antitetanica.

Animali che periodicamente allarmano la stampa quando, seguendo cicli biologici pluriennali a noi poco noti, invadono massicciamente le nostre acque, sono i Celenterati. Checchè ne dicano i giornalisti, iCelenterati come le mucillagini, dipendono poco dall'eutrofizzazione, ma indubbiamente di problemi alla balneazione ne creano parecchi.
Anemoni di mare I Celenterati comprendono forme polipoidi sessili (attinie, anemoni, coralli, madrepore etc,) e forme medusoidi libere; entrarobe sono caratterizzate dal possedere particolari corpuscoli microscopici chiamati nematocisti. Questi consistono in un sottile tubo avvolto all'interno di una capsula. Quando l'animale viene stimolato la capsula si rivolta a mò di guanto e il tubo si estroflette penetrando nella vittima.
Le forane sessili vivono soprattutto attaccate a substrati duri e interessano quindi i subacquei o i bagnanti che tra gli scogli cercano ai pescare lattili o catturare granchi.

Le meduse sono natanti e per la loro trasparenza non vengono notate dai bagnanti che facilmente vengono colpiti. Le specie che frequentano le nostre spiaggie non sono considerate letali per l'uomo, ma è sempre da tener presente il rischio di sensibilizzazioni e di risposte anafilattiche che proprio studiando i Celenterati furono ossrvate per la prima volta ( da RICHET nel 1913). Soggetti ripetutamente colpiti o che presentano vaste aree urticate, andrebbero comunque indirizzate al pronto soccorso. È da considerare comportamento incosciente quello di tuffarsi dalla barca al largo, in acque infestate da meduse, senza prima guardare. Entrare in un fitto banco di meduse può essere, oltre che spiacevole, gravemente pericoloso. Inoltre al largo è possibile incontrare la Physalia (caravella portoghese) che possiede filamenti lunghi qualche metro e può essere letale per l'uomo.
Medusa I principi tossici isolati da questi animali sono parecchi, alcuni sono di natura proteica, variano da specie a specie. Il contatto con attinie ed anemoni è in genere più localizzato e provoca effetti meno intensi. In ogni caso è bene lavare la parte colpita con acqua di mare, l'uso di acqua dolce stimolerebbe le nematocisti ancora cariche presenti sulla cute. L'asportazione di frammenti di tentacoli dovrebbe essere fatta con oggetti smussati. A questo scopo è utile cospargere la parte coperta con grossi frammenti con talco, farina o sabbia come agente essicante per poter coalizzare i tentacoli. Anche l'alcool è efficace come fissatore-stabilizzante contro la liberazione delle nematocisti. Ricordiamo che ciò che è venuto in contatto con i tentacoli può secondariamente urticare, soprattutto i subacquei devono evitare di toccarsi il viso e le labbra con i guanti usati per pescare i mitili. È utile l'applicazione di acido acetico (aceto) o alcool isopropilico 40-70 gradi per almeno 30 minuti. Efficaci possono essere anche 1' ammoniaca o il bicarbonato di sodio e ovviamente le pomate antistaminiche.
Medusa È opportuno spendere qualche parola sui Bivalvi. È notorio il rischio di contrarre agenti patogeni veicolati dai mitili che per questo devono provenire da allevamenti idonei dal punto di vista batteriologico ed essere opportunamente stabulati. Sono molti quelli convinti di poter risolvere il problema con una veloce cottura, ma oltre al rischio di contrarre il tifo e l'epatite, c'è sempre quello di intossicazione.
Alcune specie di Dinoflagellati che fanno parte del plancton, sono protagoniste di improvvise ed intense fioriture comunemente chiamate "maree rosse" per la colorazione che possono dare al mare quando lo popolano a concentrazioni elevatissime. Questi microorganismi producono alcune tossine (brevetossina, saxitossina) che provocano tra i pesci gravi morie, i bivalvi filtrandoli concentrano la tossina alla quale sono immuni, diventando essi stessi tossici. I principi tossici sono neurotossine, non sono termolabili e pur essendo in gran parte identificati molecolarmente, non sono ancora stati trovati rimedi efficaci.
La gravità dei sintomi dipende dalla quantità di tossina ingerita. Da arrossamenti cutanei e disturbi gastroenterici si può passare a disturbi nervosi quali perdita di sensibilità, paralisi, difficoltà respiratoria fino al soffocamento. In questo caso bisogna tentare la respirazione artificiale anche se ciò risulterà probabilmente insufficiente.
Sull'origine delle maree rosse si sta tuttora discutendo, potrebbe essere implicata anche 1'eutrofizzazione, ma si sono verificati di questi episodi anche in periodi antichi e in acque di aree non antropizzate. Quando si verificano vengono sempre vietate la pesca e la balneazione.